Ciao amico lettore, oggi voglio donarti qualcosa di mio. Un racconto breve che ho scritto qualche anno fa. E, visto che con oggi si chiude il periodo di festa più magico dell’anno, il tema del racconto è proprio il Natale. O meglio, la magia del Natale. Si tratta infatti di un piccolo fantasy. Con questo brano inauguro oggi la serie di articoli del blog in cui pubblicherò una volta al mese, la prima domenica di ogni mese, un mio racconto. Che dire? Spero ti piaccia e… benvenuto nella mia testa.

UN NATALE INNOVATIVO

Il mio primo incontro con quella persona avvenne durante un gelido pomeriggio di dicembre, pochi giorni prima di Natale. A lei dovevo tutto. Davvero tutto.

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Radi fiocchi di neve si posavano delicati sull’asfalto ai suoi piedi. Era una gioia vederli danzare così in armonia. Sembrava quasi volessero intonarsi ai suoi candidi pensieri e rallegrare pur con silenzio ovattato le sue malinconie. Mano nella mano. Fra tre giorni sarebbe stato Natale e la piccola Emma cominciava a sentire nel cuore una vaga gaiezza, come tutti gli anni. Luci, musiche conosciute e addobbi natalizi dilettavano la città. L’atmosfera era meravigliosa e lei passeggiava sorridendo incantata al mondo intorno a sé. Sapeva che poi, tornata a casa, non avrebbe più rivisto nulla di tutto questo. I suoi genitori non avevano soldi per comprare alberi di Natale o inutili decorazioni, purtroppo, ma la bimba sapeva che l’amore non sarebbe mai mancato nella sua famiglia. E questo in fondo le bastava. Camminando inciampò all’improvviso in un oggetto duro. Si chinò e lo raccolse, con le mani intirizzite dal gelo dell’inverno di Milano. Era una piccola boccia di vetro contenente una vecchia capanna innevata e solitaria in cima a una collina. Titubante, la mise in tasca.

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«Sveva, secondo te dove ci troviamo?». Il ragazzino implorò la sorella maggiore con lo sguardo e lei nell’istantanea di un attimo comprese che aveva paura. «Non preoccuparti, torneremo a casa sani e salvi». «Ne sei sicura?». «Fidati di me».
Gli occhi di Sveva spaziarono veloci da un estremo all’altro del nudo paesaggio intorno a lei. Nudo. Era proprio la parola adatta a un luogo sconosciuto come quello. Non vi erano luccicanti decorazioni e negozi stracolmi di gente intenta a comprare gli ultimi regali. Magari i più belli, i più costosi, come quelli che Sveva avrebbe presto comprato alle sue amiche. Nulla di tutto questo. Intorno a loro soltanto monti ricoperti di neve, enormi distese di verde e un allegro ruscello poco più a valle erano gli indiscussi protagonisti di quell’ambiente misterioso. I due ragazzini erano abituati a vivere nel lusso sfrenato, sempre vestiti con capi firmati all’ultima moda. Ogni anno, la mattina del 25 dicembre, erano soliti trovare sotto l’albero tantissimi doni in attesa di essere scoperti. Capricci su capricci erano all’ordine del giorno, nel caso in cui i genitori non fossero subito disposti ad assecondare ogni loro assidua richiesta. Il Natale per loro non era stare in compagnia delle persone che amavano, in allegria e spensieratezza, quanto piuttosto la smania di ottenere tutto ciò che più desideravano, per poi ostentarlo con soddisfazione agli amichetti meno agiati. Come logica conseguenza l’ambiente che ora li circondava stava mettendo a dura prova la loro pazienza, il loro limite di sopportazione. «Non mi va di restare qui fuori, voglio andare a casa a giocare con la play station!». Pochi secondi dopo, un’ulteriore lamentela. «Ci siamo persi, vero?». «No, Christian, non ci siamo persi». Il cuore della fanciulla mancò un battito. Non le piaceva mentire al fratello, ma era una bugia a fin di bene e Sveva si consolò con quel fugace pensiero. Poi ebbe un ricordo improvviso. Si bloccò di colpo e il suo cuore si fece freddo. Freddo come la neve che empiva quello strano posto, quasi come se una spessa coltre di paura lo avesse avvolto minacciosa in una morsa di gelo, allontanando da lei qualsiasi pensiero caloroso.
«Christian, ricordi quando eravamo nel negozio delle decorazioni e nel giro di un secondo è partita quella musica strana? Mi hai detto che conciliava il sonno. Ed era vero. Ma tu… dimmi la verità, Christian, tu hai chiuso gli occhi?».

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Forse ero morto. Oppure stavo sognando. Il lavoro in ufficio aveva del tutto prosciugato ogni mia energia e forse gli strani giochi della mia mente ne erano stati la conseguenza. Doveva per forza trattarsi di questo: non c’era altra soluzione possibile. Tutte quelle persone più frenetiche che mai, quelle luci che mi abbagliavano gli occhi… odiavo il Natale. Lo ritenevo un’autentica perdita di tempo. E di denaro. Stavo pensando a questo, prima che accadesse. Prima che la mia mente mi giocasse quel brutto tiro. Camminai sulla neve attento a non scivolare e intanto mi guardavo attorno: tanto verde, un prato infinito, gente povera che si dava da fare ma che non spegneva mai, nemmeno per un istante, un sorriso genuino dal proprio volto. Un ricordo fece capolino tra i miei pensieri, saltellando sul peso dei miei ricordi perché qualcuno potesse prestargli un briciolo di attenzione. Un unico ricordo, nel nero dell’oblio. Occhi da non sottovalutare, una lacrima da non dimenticare. Il sorriso dei pastori e dei contadini che vedevo ora attorno a me… perché quel sorriso pesava così tanto sulla mia anima? Cosa mi ricordava? Dove mi trovavo?

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«Christian, rispondimi. È importante, ti dico!». Il fratellino la guardava con aria smarrita, stanca. Non era così ingenuo come poteva sembrare a prima vista. E lei lo sapeva. «Rispondimi prima tu. Ci siamo persi, Sveva, non è vero?».
Quell’ingenua domanda la ferì in profondità, ma fece di tutto per non darlo a vedere. «Se tu mi dici cos’hai fatto in quel negozio, io ti prometto che…». Un’improvvisa folata di vento gelido disturbò la loro conversazione e provocò un ronzio misterioso che si dimenava con fastidio nelle orecchie. Minuscoli pezzetti di ghiaccio ferivano le loro guance arrossate dal freddo e fiocchi di neve impazziti velavano i loro occhi, quasi a volerli nascondere dalla misteriosa realtà che entrambi stavano vivendo. I due bambini d’istinto si presero per mano e, quando riaprirono gli occhi, un paesaggio quasi del tutto immutato li attendeva impaziente di essere scoperto. «Ma… cosa ci è accaduto, Sveva?». Il respiro di Christian si fece sempre più concitato, nervoso. E il tono della sua voce divenne stridulo. «C’era il ruscello poco fa, ora… ora invece siamo…». Gridava, ormai. Gridava e piangeva insieme. «Siamo in cima a una montagna!».

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«Cos’è il Natale per te?». «È un momento di pace, di serenità. Una giornata per stare insieme alle persone che si amano. Non sono importanti i regali costosi, o gli addobbi natalizi, ma solo il sorriso dei nostri cari e il loro amore. Quell’atmosfera di gioia e di magia che abbraccia tutti noi soltanto a Natale». La ragazza si era commossa a quelle parole ed Emma, che le aveva appena pronunciate, aveva sorriso. Era bella, vestita di stracci, ma il viso pallido la faceva somigliare a un’autentica bambola di porcellana. Era questo il ricordo che si librava con forza dentro me, risaliva a poco prima che io mi ritrovassi qui. Ero capitato, non so come, in una sala immensa in cui era stato ricostruito un enorme presepe, a Milano. Poi i miei ricordi si erano fatti confusi… le lacrime della ragazza, il sorriso di quella bambina… io non ricordavo di aver mai pianto né
sorriso, in quarant’anni di vita. Eppure i soldi e la bella vita non mi erano mai mancati. Era come se fossi sempre stato imprigionato dentro il riflesso di una vita che non sentivo del tutto mia e che non riuscivo a condurre. Mi guardai intorno, confuso. Non c’erano più i contadini ora, ma una piccola capanna solitaria a pochi passi da me. Sembrava… era la capanna di quel presepe ricostruito a Milano. «Se mai torneremo a casa, Sveva, prometto che non chiederò più regali costosi, ma soltanto di stare insieme a mamma e papà. Per sempre». Mi voltai, dopo aver udito una voce di bambino, e vidi così due ragazzini, mano nella mano, avvicinarsi a me confusi e spaventati.

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Alla piccola Emma dovevo tutto. Davvero tutto. Senza saperlo, aveva giocato con quel meraviglioso presepe divertendosi a spostare i personaggi da una parte all’altra, con le sue manine delicate. In questo modo aveva cambiato la mia vita, il mio essere più profondo, così come quelle di Christian e Sveva. Era accaduto tutto per magia, quella sensazione di inspiegabile magia che si può percepire soltanto nel periodo di Natale. «Sei stata tu in qualche modo ad averci trasportato in un altro mondo e ad averci trasformato nei personaggi di un vero presepe. Ma abbiamo capito tante cose e per questo ti saremo sempre debitori». Sveva ed Emma si abbracciarono, come vere amiche. «Non so come ho fatto… io…» farfugliò Emma, emozionata. Risposi io per lei. «Con la pura e semplice forza del tuo cuore, solo per far del bene al mondo».

Emma non possedeva nulla, eppure non aveva mai perduto la sua serenità interiore e la capacità di sorridere al mondo. E questa sua umiltà, in un mondo sempre più materiale, rappresentava un valore inestimabile. Una bambina di undici anni aveva così insegnato a un uomo adulto il significato più profondo dello spirito natalizio. E cos’era l’amore.

Cosa ne pensi, amico lettore? Forza, sono in attesa della tua critica più spietata.

Ti abbraccio. Barbara.

La lettrice di ossa
(e scrittura-dipendente)
della Brianza

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